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Quando l’emotrasfusione è eticamente giustificata?

Data: 2010-12-09 00:00:00

Il caso
Paziente di nome Gigi, 66 anni, cattolico, commerciante, con K polmonare con metastasi al s.n.c., allettato, apatico, non collaborativo; è assistito dalla moglie, testimone di Geova; seguono anche una terapia non ben definita somministrata da un medico tedesco, in cui nutrono fiducia. Il paziente non è consapevole della sua reale condizione clinica e non è parte attiva nel processo di cura. A seguito della presa in carico da parte dell’équipe di cure palliative si verifica un miglioramento dello stato generale, il paziente si alimenta, viene mobilizzato fuori dal letto, migliora anche la comunicazione verbale e il paziente risponde alle domande degli operatori. Poiché subentra poi una forte anemia, l’équipe ritiene necessaria l’emotrasfusione, che a suo parere darebbe la possibilità di una buona qualità del fine vita al paziente. Ma la moglie la rifiuta per le sue convinzioni religiose e non viene quindi effettuata.

Il quesito
L’emotrasfusione è eticamente possibile nei casi di malattia oncologica in fase avanzata (terminale) per migliorare la qualità di vita del paziente?

Il parere
Il quesito posto non appare il primo problema etico che balza subito agli occhi alla lettura del caso. Il problema più immediato da risolvere è piuttosto questo: l’emotrasfusione, come ogni altro intervento sanitario, può essere accettata o rifiutata da persona diversa dal paziente, come avviene in questo caso da parte della moglie per le sue motivazioni religiose? Il caso ripropone cioè il problema di fondo delle problematiche etiche, quello del mancato rispetto del principio di autodeterminazione del malato. Qui il paziente viene fin dall’inizio presentato come parte non attiva del processo di cura, con scarsa risposta agli stimoli esterni, mentre l’unico interlocutore degli operatori dell’équipe è la moglie. Poiché però la situazione generale appare nettamente migliorata con l’ingresso dell’équipe di cure palliative, gli operatori avrebbero potuto approfittare di questa fase di relativo benessere per parlare con il paziente dell’eventualità di una emotrasfusione e chiarire la sua reale posizione in merito. Attenendosi invece esclusivamente alla volontà della moglie, con il peggioramento delle condizioni fisiche del malato a causa della subentrante anemia, non è più stato possibile entrare in contatto con lui, conoscere la sua volontà ed adeguarvisi. Per quanto concerne invece il quesito presentato dagli operatori circa l’eticità dell’emotrasfusione in fase terminale, va prima chiarito da un punto di vista clinico se tale intervento possa realmente consentire una buona qualità del fine vita del paziente – come sembrano credere gli estensori del caso – o se al contrario l’intervento possa configurarsi come futile o addirittura dannoso alla qualità del fine vita, come ogni altra forma di accanimento terapeutico. Solo dopo aver chiarito clinicamente questo punto, si può dare una risposta sul piano etico.
CEF - Comitato per l'Etica di Fine Vita

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